Ora so quello che voglio fare: l’assistente sociale

Che strada scegliere?

15389225-albero-che-cresce-da-un-libro-frutta--letteraConseguito il diploma spetta a tutti una delle scelte più importanti: come proseguire, come costruire il proprio futuro, cosa fare. Si sceglie tra andare a lavorare stanchi dei libri, tra iscriversi all’università, viaggiare per imparare una nuova lingua. Ognuna di queste scelte comporta coraggio; ci si trova alle prese con un mondo nuovo, il mondo vero, dove non ci sono più linee guida dettate da altri da seguire, luoghi protetti, programmi imposti, compagni predefiniti.

Per quanto mi riguarda, ci sono voluti due anni per scegliere quale strada intraprendere. Sapevo di voler continuare a studiare ma mi trovavo molto disorientata davanti alle molte facoltà. Dopo diversi tentativi per entrare nella facoltà di riabilitazione psichiatrica, provai altri test di ingresso, tra i quali anche quello per il corso di Laurea in Servizio sociale. Superai il test e mi iscrissi.

Scelsi questo corso nonostante le numerose critiche e avvertimenti che gli altri mi rivolgevano: “farai un lavoro orribile”, “le persone ti odieranno”. Decisi di iscrivermi spinta da una curiosità riguardo alle materie che avrei dovuto studiare e, forse, dopo aver affrontato una difficoltà, da una voglia egoistica di sentirmi utile per qualcuno.

Non sapevo praticamente nulla rispetto al lavoro di assistente sociale; probabilmente ero piena di stereotipi come la maggior parte delle persone che guardano dall’esterno. Ho iniziato a prendere maggiore consapevolezza su questa professione iniziando il corso di Guida al Tirocinio.

Imparare a guardare intorno e dentro sè

Le prime lezioni mi lasciarono un po’ spaesata: tutto era nuovo. Trovavo difficoltà nel dover parlare di me ma al contempo capivo l’importanza di avere una buona consapevolezza di sé; mi spaventava il confronto con gli altri durante i lavori di gruppo; mi sentivo molto ignorante su tutto ciò che riguardava il mondo dell’assistente sociale. Parallelamente, però, mi sentivo entusiasta, curiosa e desiderosa di mettermi in gioco, emozioni che sono andate in crescendo sostituendo, spesso, la paura.

Il percorso è stato molto graduale: passo dopo passo, con lavori interattivi e coinvolgenti, iniziai a prendere più coscienza su cosa facesse l’assistente sociale, su chi fosse l’utente e su chi ero io.

Uno strumento molto utile è stata una tabella dove si doveva riportare la propria immagine di assistente sociale ideale e le attitudini necessarie per svolgere al meglio questa professione ma anche, le proprie attitudini e i tratti personali che avrebbero potuto ostacolare lo svolgimento di questa professione.

Completare questa tabella mi aveva messo in difficoltà: non era così semplice interrogarsi e trovare i propri punti di forza e punti deboli. Inoltre, prendendo coscienza delle mie difficoltà, mi sentivo sempre più distante dal mio ideale di assistente sociale. Durante il corso e tramite i colloqui personali con la docente capii, però, come anche un punto debole può diventare un punto di forza, come la coscienza di qualcosa può far sì che quella data cosa non diventi un elemento di disturbo, come una difficoltà, per non essere nociva, non debba diventare una gabbia soffocante.

Con diversi lavori continuai a prendere coscienza della figura professionale ma anche dell’utente, capendo che non può esistere assistente sociale senza utente. In base alle riflessioni e ai lavori svolti durante il corso in merito al rapporto tra professionista e individuo cambiai le mie opinioni. Mi resi conto di come l’assistente sociale accompagni la persona, sia un supporto che aiuta a scoprire una strada, di come le persone abbiano già delle risorse nascoste per uscire dalla situazione, di come si debba prestare molta attenzione tra considerare un dato o, all’apposto, dare un’interpretazione di quel dato, di come l’utente non debba per forza essere un carcerato, un tossicodipendente, una mamma violentata, una bambina picchiata: l’utente è una persona qualsiasi, una persona come me, che si trova in un momento di difficoltà.

Andando avanti con le lezioni, affrontammo i temi della comunità, del territorio, dei servizi sociali: temi per versi un po’ noiosi in quanto trattati a volte con normali lezioni e complicati, ma, d’altra parte, necessari per comprendere a fondo dove e come lavora l’assistente sociale.

A conclusione del corso bisognava consegnare una tesina dove veniva analizzato il proprio territorio di residenza, i relativi servizi sociali e il ruolo del professionista assistente sociale. E’ stato proprio con questo lavoro che misi in pratica gli insegnamenti: ho potuto notare limiti e potenzialità del territorio e delle sue risorse, ho intervistato assistenti sociali e compreso più a fondo la professione ma soprattutto le difficoltà che quest’ultima attualmente incontra, ho scoperto tanti servizi che non immaginavo fossero presenti nella mia zona e constatato quanto e come vengono utilizzati.

Prima di questo lavoro non immaginavo che il territorio potesse essere così importante per avere informazioni sulla persona, per alimentare la relazione d’aiuto, per trovare risorse; non immaginavo, insomma, che il territorio potesse essere il serbatoio delle soluzioni.

Ad aumentare la conoscenza sulla professione e dell’importanza del territorio contribuirono per certo la conduzione di interviste ad assistenti sociali del Comune e di un servizio specialista e l’incontro in plenaria con esperti professionisti organizzato dalla docente.

Tramite questi incontri ho avuto maggiore consapevolezza sia sull’aspetto dei servizi e delle istituzioni, sia sui punti importanti da tenere presenti per svolgere al meglio il lavoro. Dopo aver ascoltato queste assistenti sociali sono rimaste in me buone speranze e il desiderio di intraprendere questa professione.

Spunti di riflessione sono arrivati anche tramite l’incontro con degli utenti dei servizi sociali, i quali hanno mostrato punti deboli e punti di forza del servizio cui sono venuti a contatto e hanno raccontato la loro storia.

Cosa mi porto a  casa?

Durante questo corso ho avuto molte occasioni: quella di misurarmi con me stessa ma anche con gli altri, di conoscere le esperienze altrui, di essere guidata alla scoperta di una professione tanto criticata ma che, invece, spesso non giudica e non impone ma è solo un’utile possibilità.

Trattando altri temi ho anche affrontato alcune mie difficoltà, cercato di mettermi in gioco, preso maggiore coscienza di me.

Porto a casa utili riflessioni, l’importanza di non giudicare e di non interpretare, la consapevolezza di non aver nulla in più o di diverso rispetto ad una persona che si dichiara in difficoltà, la necessità di rimanere sempre in una dimensione di apertura, l’importanza dell’incontro, il bisogno di interrogarsi e di avere curiosità anche verso sé stessi, l’utilità di riconoscere il proprio stato d’animo e di ciò che in un momento non si riesce a fare. Porto a casa la costruzione del pensiero utile, la differenza tra un dato e un’interpretazione, la consapevolezza dei punti di forza e delle fragilità.

Partivo totalmente disorientata. Ora, anche grazie alla guida della professoressa mi sento un po’ più forte. Sento di voler intraprendere questa strada e, forse, di potercela fare. Ho voglia di misurarmi e di mettermi in gioco. Ricevo ancora molte critiche quando comunico il corso di Laurea che frequento: queste non mi intimidiscono più, non mi mettono in dubbio in quanto ho maggiore consapevolezza di cosa può essere un’assistente sociale e di come possa contribuire al miglioramento.

Nella mia mente tengo ben saldi le conoscenze, le riflessioni, i consigli trovati durante questo corso, nel cuore spero di poter diventare una brava assistente sociale come i professionisti che ho incontrato quest’anno.

Sara Pozzoni

Studentessa Servizio Sociale I° anno

(spunti derivanti dal corso di Guida al Tirocinio.

Testo pubblicato integralmente)

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