Lavoro sociale e sensibilità interculturale: un impegno etico professsionale

visione-del-mondo-pageQualche anni fa presentavo questo contributo. Oggi più che mai sento che la riflessione sui propri schemi mentali, sulla propria visione del mondo sia un impegno etico al quale non dovremmo sottrarci come professionisti. Le sfide aumentano e se ci chiudiamo a ‘guardarci l’ombelico’ rischiamo come professione di allontanarci sempre più dal mandato sociale che ci dovrebbe contraddistinguere. Nel momento in cui ci difendiamo – dagli utenti, dalle organizzazioni, da altri professionisti – prediamo l’occasione di costruire nuovi scenari di possibilità, pensare nuove strategie di fronteggiamento delle difficoltà che ogni giorni si incontrano e porgiamo il fianco agli stereotipi.

Ecco, pubblico questo contributo perchè auguro – concretamente – alla professione mutlisfaccettata dell’assistente sociale di inziare ad aprirsi al mondo, ad essere più autocritica, a smetterla di difendersi, a trovare modi sempre nuovi e vari di esere presente nella società. Siccome la professione non ‘vive’ di per sè invito tutti i colleghi e le colleghe ad agire in maniera propositiva, compatta, autocritica, guardando sè stessi prima degli altri superando il paradigma della lamentela. La supervisione professionale può aiutare a ‘guardarsi dentro’, analizzare cosa mettiamo del nostro nelle situazioni.

‘La società italiana ha esperienza di forti differenze culturali interne, ma solo negli ultimi decenni si sta confrontando con una varietà di culture nazionali, etniche e religiose. L’Italia sta evolvendo, quindi, seppur in ritardo rispetto a molti paesi dell’Europa occidentale, in una società multiculturale e si trova ad affrontare istanze sempre più legate al riconoscimento dell’altro, alle differenti modalità di comunicazione, alla capacità di vivere e lavorare in maniera flessibile all’interno di una società complessa come quella multietnica. La diversità non è più nell’immigrato del quale si legge sui giornali, ma è diventato il vicino di casa, il collega di lavoro, il compagno di classe. Eppure, la diversità tra le persone non consiste solo di un passaporto: ci sono diversità tra uomini e donne, tra persone con diversa abilità fisica, tra individui con un differente orientamento sessuale, tra generazioni, tra regioni e diverse appartenenze funzionali ed organizzative (Castiglioni, 2009).

Una società multiculturale non evolve però spontaneamente in una società interculturale che vede nella diversità una risorsa (ibidem), così come le organizzazioni dei servizi sociali non sono intrensicamente anti-oppressive (Dominelli, 2002), riproducendo spesso le diseguaglianze strutturali della società e le dinamiche di potere professionista-utente: sensibilità interculturale e lavoro sociale anti-oppressivo sono quindi un binomio al quale porre attenzione al fine di una gestione del potere consapevole e della realizzazione di un mandato di advocacy ed empowerment connaturato con il ruolo di guida relazionale (Folgheraiter, 1998).

La semplice vicinanza tra persone di culture diverse infatti (Bochner, 1982; Allport, 1986/1954; Cushner, 1989; Lyons e Farrell, 1994) non porta con sè una maggior sensibilità interculturale e flessibilità di pensiero, piuttosto un rafforzamento di stereotipi e tensioni se il contesto nel quale avviene il contatto non è includente e positivo. L’aumento della diversità porta inevitabilmente un confronto tra pratiche, credenze, usanze ma soprattutto tra i valori che ogni società ritiene fondamentali e che non sono universali nella loro declinazione pratica. Come evidenzia Bennett (2002), una società multiculturale pone l’attenzione dei suoi membri su scelte etiche sempre più complesse che potenzialmente possono esacerbare o dipanare conflitti e tensioni. I professionisti del sociale sono continuamente chiamati a fare scelte che potenzialmente e praticamente influenzano i contesti di vita delle persone e proprio per questo non possono non riflettere su questi temi: come può un’assistente sociale con una visione etnocentrica del mondo agire in maniera consapevole nell’affrontare la complessità che la diversità porta con sè ed agire in una dimensione di rispetto ed ascolto dell’altro? Come si può sviluppare la cultura del diversity senza una consapevolezza forte dei temi collegati alla crescente differenziazione di interessi e di riferimenti valoriali?

Lo sviluppo della sensibilità interculturale è un processo evolutivo multidimensionale al quale sono associate tutte le dimensioni fondamentali dell’apprendimento: la dimensione cognitiva, affettiva e comportamentale (M.J. Bennett, 1996). Implica infatti il passaggio da forme di pensiero rigide (etnocentriche) a forme di pensiero flessibili (etnorelative) e, contrariamente a quanto si pensa a livello intuitivo, la sensibilità interculturale non è una competenza innata. Il significato del termine competenza ha a che fare non solo con l’efficacia e l’appropriatezza, ma soprattutto con la capacità di aumentare progressivamente la possibilità di comprendere la realtà e, quindi, l’esperienza della differenza, in maniera sempre più complessa. Si ritiene che lo sviluppo della sensibilità interculturale nel lavoro sociale, anche attraverso l’inclusione di metodi di insegnamento che favoriscano la cultura del diversity e curricula universitari interculturali, sia un ‘sentiero’ che offre la possibilità di far coesistere unità e diversità, cooperazione e competizione, consenso e conflitto creativo nelle società multiculturali (M.J. Bennett, 2002) di dare risalto all’essenza del lavoro sociale. L’attenzione si concentra sulle relazioni tra gli individui, tra i gruppi e l’impegno dell’approccio interculturale è quello di portare le persone a parlare di sé in termini culturali nell’incontro con l’altro (M.J. Bennett, 2002), oltre che di fare in modo che sia la consapevolezza a supportare la creazione di relazioni etiche. Nell’approccio interculturale infatti le pratiche sono importanti ma allo stesso tempo una competenza pratica è difficilmente trasferibile da un contesto all’altro (fisico, geografico, organizzativo, generazionale) se non è accompagnata da una conoscenza di tipo concettuale (Hatano in Castiglioni, 2005) che implica la rappresentazione mentale del significato di una pratica o di una procedura, la comprensione del come e del perchè quella pratica funziona all’interno di uno specifico contesto. La capacità di essere flessibili, di adattarsi è allora possibile solo grazie al fatto che l’essere umano è dotato della competenza di portare a coscienza e comprendere il significato delle attività (Castiglioni, 2005). E’ proprio partendo da questo assunto che si condivide la visione di M.J. Bennett rispetto alla necessità di dotarsi di un mindset (insieme di atteggiamenti e visione del mondo) e di uno skillset (insieme di competenze e conoscenze pratiche) al fine di diventare sia interculturalmente sensibili che competenti, laddove l’empatia è una delle componenti chiave della sensibilità interculturale e del lavoro sociale.

L’evoluzione del pensiero interculturale non si associa quindi con società tolleranti, che possono consentire il contatto ma non l’interazione relazionale efficiente ed efficace, ma con una concezione di società nella quale la tolleranza è una componente strategica che favorisce l’evoluzione verso la valorizzazione etica delle diversità culturali. Credo che il lavoro sociale abbia come finalità il favorire l’evoluzione di relazioni inclusive, attente e responsabili: in questa logica si dovrebbe inserire il tema trasversale delle competenze interculturali associate all’attenzione a pratica e organizzazioni anti-oppressive.’ (presentazione al SEMINARIO GRUPPO DOTTORANDI ASSISTENTI SOCIALI a Lecce nel 2010)

IMPEGNAMOCI TUTTI A FAR CRESCERE COSTRUTTIVAMENTE LA PROFESSIONE!

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