VBLOG: COMPORTAMENTI ALIENANTI

Il #VBLOG del lunedì di #AssistenteSocialePrivato oggi è disponibile con video e testo scritto (sotto al video). A breve sarà disponibile anche il solo audio del VBLOG per ascoltarlo dove vuoi!

Questo post è strettamente collegato alla precedente puntata del VBLOG di #AssistenteSocialePrivato sul tema della Bi-genitorialità e Responsabilità Genitoriale.

Sempre più spesso si leggono articoli che mettono a tema il concetto di Sindrome di Alienazione Genitoriale (PAS) in una maniera secondo me estremamente disinformativa. In questi articoli viene espressa una posizione totalmente di parte pro o contro la PAS e, soprattutto questi ultimi, tendono a dare informazioni frammentarie e solo a favore della tesi sostenuta da chi li scrive. Altri articoli ( Il Fatto Quotidiano, Il Sole 24 ore ad esempio) hanno cercato di trattare il tema con attenzione basandosi anche su dati di fatto. Ho sempre pensato, inoltre, che trattare un tema così delicato senza analizzare i propri preconcetti e la propria visione della genitorialità, della maternità. della partenità e di chi sia il genitore ‘più appropriato’ sia professionalmente poco serio. La diatriba tra pro e contro si concentra su diversi aspetti primo tra i quali che si possa definire l’alienazione genitoriale come una sindrome, quindi una psicopatologia da inserire nel DSM (attualmente siamo al V°). Alcuni sostengono che sia scorretto dire che l’alienazione genitoriale non sia iserita nel DSMV.

A me come assistente sociale interessa prevalentemente il fatto giuridico che implica la limitazione da parte del bambino del diritto ad avere accesso ad entrambi i genitori e altrettanto i comportamenti messi in atto da entrambi i genitori nei confronti sia l’uno dell’altra sia del bambino. La presunta psicopatologia dell’alienante è invece penso materia di psichiatri e psicoteraputi. Che la PAS sia o meno definibile come sindrome lo trovo poco interessante per il lavoro degli assistenti sociali e vedremo che anche Susan Boyan studiosa del tema si focalizza sui comportamenti specifici e sulla relazione tra questi.

La PAS è un concetto teorizzato da Gardner come «Un disturbo che insorge quasi esclusivamente nel contesto delle controversie per la custodia dei figli. In questo disturbo, un genitore (alienatore) attiva un programma di denigrazione contro l’altro genitore (genitore alienato). Tuttavia, questa non è una semplice questione di “lavaggio del cervello” o “programmazione”, poiché il bambino fornisce il suo personale contributo alla campagna di denigrazione. È proprio questa combinazione di fattori che legittima una diagnosi di PAS. In presenza di reali abusi o trascuratezza, la diagnosi di PAS non è applicabile» (da http://www.alienazione.genitoriale.com/definizione/)

Dalla definizione si comprende che laddove siano presenti evidenti e motivate ragioni che possano legittimamente portare il bambino a non voler vedere il genitore non collocatario come ad esempio maltrattamento, violenza assistita, abuso sessuale non si è in presenza di alienazione genitoriale. Si è in presenza di quello che Susan Boyan indica anche come estraniamento. I bambini infatti potrebbero volersi estraniare dal genitore percepito come pericoloso, assente già prima nella loro vita. Quando però un genitore non ha mai potuto vedere il proprio figlio perchè l’altro non ha concesso dalla nascita il diritto di visita? Ecco già qui è un’altra questione. Infatti l’alienazione genitoriale implica che non vi siano motivazioni oggettive per l’opposizione a vedere il genitore.

Susan Boyan che si occupa negli Stati Uniti di coordinazione genitoriale sostiene che sia importante analizzare i fatti, i comportamenti presenti nella vita di quella famiglia, la relazione tra quei due genitori separati durante la vita di coppia, i cambiamenti tra prima e dopo la separazione, etc… Indica che nella fase valutativa non è indispensabile l’indagine testistica quanto invece analizzare le dinamiche relazionali tra i diversi soggetti: genitore A, genitore B, bambini ed eventualmente dopo anche con i parenti dei genitori. Parla infatti di comportamenti alienanti non solo di alienazione genitoriale che deve rispondere a requisiti specifici tutti compresenti per essere tale(nessuna giustificazione motivata, attivazione del bambino). Dalle ricerche sembra che i più influenzabili dai comportamenti alienanti siano i figli unici. Inoltre , i comportamenti dei bambini diventano più resistenti con l’età, ovvero entrando in preadolescenza.

La Boyan invita i professionisti a distinguere tra vera e propria alienazione e altre forme di rifiuto a vedere l’altro genitore tenendo anche conto che la concomitanza di diversi fattori e/o del tempo del permanere di questo rifiuto possano portare all’alienazione genitoriale:

  • comportamenti alienanti consci o inconsci che implicitamente tendono a limitare la frequenza tra bambino ed ex coniuge (es. ritardi, malattie non documentabili)
  • invischiamento cdvuto ad un rapporto tra bambino e genitore collocatario che si potrebbe definire eccessivamente vicino tanto che il bambino fatica a separarsi dal genitore
  • allineamento, triangolazione ovvero quando la relazione tra bambino e genitore causa una trangolo disfunzionale nella triade genitori bambini. Si può pensare ad esempio al conflitto di lealtà o all’utilizzo dei bambini per comunicare con l’ex coniuge
  • estraneamento

Questi comportamenti alienanti potrebbero esistere in contemporanea.

Non so se vi è mai capitato di conoscere situazioni in cui l’alienazione genitoriale appariva evidente. Purtroppo a me si. Sono devastanti e portano a pensare che non ci sia nulla da fare perchè l’esperienza di insegna che l’alienazione parentale aumenta nelle sue manifestazioni appena il bambino e il genitore alienato fanno progressi nelal loro relazione ad es. tramite lo spazio neutro. Negli Stati Uniti si sono ormai convinti che l’unico modo per indicidere efficamente sull’alienazione genitoriale sia il cambio di collocamento del bambino e appena identificati i modelli di comportamento dell’alienazione genitoriale. Alcune ricerche hanno dimostrato che i bambini che sono stati collocati dal genitori alienato o prima in un contesto esterno alla famiglia e poi dall’alienato si sono mostrati ‘sollevati’ dal fatto che qualcuno ha preso una decisione per loro senza chiedere a loro di ‘essere pronti’ a vedere l’altro genitore.

Ecco, mi chiedo come mai i nostro Tribunali e molti Servizi Sociali tramite i loro professionisti continuino ad indicare ‘preparare il bambino ad essere pornto a vedere l’altro genitore’, ‘quando il bambino sarà pornto a vedere il genitore non collocatario’. Devono essere gli adulti a modificare i loro comportamenti. I bambini non devono essere investiti di responsbailità non loro.

Ovviamente il discorso è complesso e richiede approfondimenti, costante aggiornamento e la capacità di andare oltre le mode.

Quanto di voi sanno che l’Italia è stata condannata più volte dalla Corte Europea dei Diritti dell’Uomo per attuare interventi standardizzati ed inefficaci nelle situazioni in cui uno dei due genitori limita il diritto di visita dell’altro e, di conseguenza, il diritto del bambino di avere accesso ad entrambi i genitori? O che le stesse sentenze indicano la mancanza di controllo dei Tribunali sul lavoro dei Servizi Sociali? Come mai non si parla di queste sentenze? Non si tratta di una sola sentenza!

Vi ricordo che un metodo efficace per lavorare con l’alta conflittualità è la coordinazione genitoriale e a gennaio si terrà un’altra edizione del corso LAVORARE CON L’ALTA CONFLITTUALITÀ per professionisti dell’aiuto a Milano ed in data da definirsi a Roma e Nuoro.

 

 

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2 thoughts on “VBLOG: COMPORTAMENTI ALIENANTI

  1. Sono ormai 15 anni che vivo sulla mia pelle questa alienazione e poco o nulla e’ stato fatto finora dalle istituzione. Ora sono stanco e non faccio piu’ nulla anche perche’ non ho nessun modo per farlo.Per il mio caso mi trovo alla lettera.Brava ma nella vita reale non accade

    • Grazie Salvatore. Lo so che non accade purtoppo. Il mio intento è proprio quello di portare nella mia professione una nuova sensibilità e un’attenzione maggiore ai fatti, ai comportamenti, alle evidenze delle ricerche, a lavorare con metodi appropritai e non sono con quelli che conosciamo se non funzionano. È il motivo per cui ho iniziato a lavorare privatamente con le famiglie, per smuovere la situazione perchè credo che sia compito degli assistenti sociali smettere di farsi andar bene lo status quo senza farsi domande e senza far nulla per cambiare le cose. Se i sistemi non funzionano, noi professionisti abbiamo una responsabilità nel tentare di attivare dei cambiamenti. Io faccio proprio questo con le famiglie che si trovano in queste situazioni – a volte con successo altre purtroppo meno – lavorando attivamente con i loro avvocati.

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