VBLOG Il quesito deontologico del mese: partecipazione di terze persone ai colloqui

img_5528Questo lunedì inauguro una rubrica del VBLOG di #AssistenteSocialePrivato: IL QUESITO DEONTOLOGICO DEL MESE. Spero si possa attivare un confronto critico e costruttivo che sia in grado di muovere la nostra professione verso un’attenzione all’applicazione dei principi, dei valori, della deontologia nell’operatività e NON SOLO A PAROLE. Lasciate i vostri commenti sulla pagina del sito!

In questa prima puntata condiviso con voi il quesito inviato al CNOAS e al CROAS Lombardia – mia regione di appartenenza – nel mese di ottobre: se e su quali basi deontologiche un’assistente sociale ed un’istituzione si possono rifiutare di accogliere la richiesta di un utente in difficoltà con quel professionista o quell’istituzione  di avere una persona presente a sua tutela, a suo supporto, a suo vantaggio per comprendere meglio cosa sta accadendo nella sua vita o cosa i servizi gli chiedono. 

La mia idea di lavoro sociale muove il quesito e l’urgenza di questo.

Pubblico di seguito la lettera da me inviata ai due Enti rappresentativi degli Assistenti Sociali.

“OGGETTO: QUESITO DEONTOLOGICO

Con la presente sono a chiedere un confronto con i referenti delle Commissioni Deontologia sia del CNOAS che del CROAS della mia Regione di appartenenza su di un tema particolarmente sensibile rispetto al diritto degli utenti dei servizi pubblici e/o appaltati al Terzo Settore. Non si pone per i servizi prettamente privati che hanno proprio nei diritti e nella scelta del cliente una priorità. Inoltre ritengo che a fronte dell’interesse dell’Ordine Professionale per la libera professione possa essere di vostro interesse un confronto su questioni operative.

Da quando svolgo attività libero professionale come assistente sociale privata mi occupo principalmente di collaborare con avvocati e famiglie che evidenziano da parte dei servizi sociali di riferimento per le loro situazioni un atteggiamento a loro sfavore senza motivazioni oggettive, piuttosto basate su pregiudizi o idee preconcette. Il punto di partenza del mio intervento è, quindi, la sfiducia da parte di queste famiglie nei confronti dei professionisti, principalmente assistenti sociali e psicologi.

Durante questi due anni di esperienza come assistente sociale privata ho avuto la possibilità di confrontarmi costruttivamente con colleghe che hanno accolto come risorsa la mia presenza, la minoranza purtroppo, lavorando congiuntamente per ristabilire o ridefinire la relazione di fiducia laddove possibile consapevoli che la fiducia è necessario costruirla più che pretenderla. In questi casi le colleghe hanno accolto le richieste degli utenti rispondendo ai loro diritti e alla logica del servizio sociale anti-oppressivo. In altri casi il mio intervento come supporto all’utente nella propria relazione con il servizio sociale non è stato ben accolta ed in alcuni casi apertamente osteggiato.

Sono quindi qui ad esplicitare una situazione accaduta ormai più di una volta, fortunatamente non sempre come sopra indicato. È accaduto in alcune situazioni che i clienti mi chiedessero di accompagnarli ed essere presente con loro ai colloqui individuali tra loro e l’assistente sociale per facilitare la relazione di fiducia e favorire modalità coordinate di lavoro. Ovviamente io per prima specifico che non posso essere presente a colloqui in cui sono presenti altri utenti come ex mariti, ex mogli, bambini senza l’autorizzazione dell’altro genitore, etc…perchè la mia presenza sarebbe lesiva della loro privacy. Di fronte a queste richieste degli utenti del servizio sociale e dei miei clienti alcune colleghe hanno chiaramente indicato che non intendevano avere alcuna persona presente ai colloqui tranne l’utente, indifferente che sia lo stesso utente a richiedere questa presenza. In un caso mi è stato posto come ostativo il diritto alla privacy, ovviamente incongruo con la situazione perché la privacy è dell’utente e dovrebbe essere quest’ultimo a poter assumere decisioni in merito. In altri casi non è stata data nessuna motivazione, semplicemente una netta contrarietà alla possibilità richiesta dall’utente.

Specifico che nei casi in cui le colleghe hanno serenamente accolto la richiesta dell’utente è stato molto facile ripristinare una relazione serena con il servizio di riferimento in quanto l’utente ha percepito disponibilità nei suoi confronti e attenzione per le sue esigenze nonché la capacità dei professionisti di mettersi in discussione e di lavorare in rete con tutti i soggetti istituzionali e non che possono essere una risorsa. In questi casi la mia presenza è stata limitata ad un incontro congiunto con servizi sociali e utente e non è stata più richiesta.

Il quesito è quindi se e su quali basi deontologiche un’assistente sociale ed un’istituzione si possono rifiutare di accogliere la richiesta di un utente in difficoltà con quel professionista o quell’istituzione  di avere una persona presente a sua tutela, a suo supporto, a suo vantaggio per comprendere meglio cosa sta accadendo nella sua vita o cosa i servizi gli chiedono.

Ho avuto modo di verificare con alcuni avvocati che non esistono norme che limitano il diritto di una persona ad avere qualcuno che li supporti in azioni a loro tutela. Infatti, la tutela della privacy consiste in un diritto del titolare e nel correlativo obbligo per l’operatore e non viceversa. Mi sembra che dal punto di vista deontologico il divieto posto da queste colleghe alle richieste legittime degli utenti leda i principi internazionalmente condivisi dell’advocacy e della non oppressività da parte delle istituzioni come fondamento per la partecipazione reale di tutti gli utenti/clienti agli interventi dei servizi sociali. Inoltre mi sembrerebbe di rilevare una mancanza del rispetto del diritto di libertà (art. 5 C.D.), di valorizzazione dell’autonomia, della soggettività, della “capacità di assunzione di responsabilità; li sostiene nel processo di cambiamento, nell’uso delle risorse proprie e della società […]”  (art. 6 C.D.). Altrettanto mi sembra possibile evidenziare che viene in questo modo limitata la possibilità di autodeterminazione a svantaggio du un’effettiva possibilità di instaurazione di un rapporto di fiducia (atr. 11 C.D.). Mi chiedo quindi se questo comportamento da parte di alcune colleghe non evidenzi un abuso di potere facilitato  dalla propria posizione istituzionale soprattutto nei confronti di utenti dei servizi per le famiglie e i minorenni con provvedimento dell’autorità Giudiziaria.

Nella speranza di un vostro parere sull’argomento oggetto del quesito, fortemente necessario a quanti si stanno affacciando alla libera professione , colgo l’occasione per porgere cordiali saluti.

Elena Giudice”

CODICE DEONTOLOGICO

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